Il lungo cammino dell’Egitto

Posted on 29/07/2010

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L’opinione pubblica egiziana è indignata. Il 6 giugno il 28enne Khaled Said è stato ucciso brutalmente da due poliziotti in borghese nell’atrio di un palazzo di Alessandria.
Un quadro, quello egiziano, che non promette nulla di buono considerando che ora è in vigore una legge speciale che permette alle forze di polizia di trattenere gli arrestati fino a 90 giorni senza accusa formale e senza processo.
Dunque poteri pieni e arbitrari quelli dati alla polizia che può permettersi di spadroneggiare come e quando vuole con chi vuole; infatti alla famiglia del giovane era stato detto che loro figlio era morto strozzandosi con la marjiuana.
Quel giorno però era presente un testimone, e qualcuno ha scattato delle foto al volto martoriato del ragazzo diffondendole e dimostrando così il falso proferito dalla polizia. Ora i due poliziotti, accusati di arresto illegale tortura e uso eccessivo della forza, ne risponderanno di fronte ad un tribunale.
E’ un caso difficile quello egiziano: la polizia laggiù è una casta:

il giovane ucciso dalla polizia egiziana il 6 giugno

dirige il traffico, rilascia passaporti e certificati possiede cioè poteri eccessivi. Forse è proprio per questo che (secondo il ministero degli interni) ogni giorno 60mila egiziani finiscono in commissariato, a volte senza alcun motivo e finiscono spesso come il povero Khaled. Ma la vera forza di questo paese sta ora nella recettività dei giovani e di tutti quelli che si sentono oppressi dal governo che nega il problema e lo attribuisce ad alcune mele marce, o “facinorosi” come verrebbero definiti in Italia.

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Posted in: Mondo