In nome dell’articolo 18…

Posted on 10/08/2010

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Tutto era iniziato con la diffusione di una e-mail nel circuito dell’azienda Fiat a Melfi girata da Pino Capozzi, impiegato fiat e delegato metalmeccanici Cgil. Il documento in disaccordo con l’accordo di Pomigliano che a quanto pare viola in diritto di sciopero dei lavoratori punendoli con il licenziamento, è stato definito dall’azienda “denigratorio”, e Capozzi è stato immediatamente licenziato.
il giorno dopo, il 14 luglio, il mancato accordo tra la fiat e la fiom sul premio di risultato e il licenziamento di Pino Capozzi portava circa 250 operai e impiegati a scioperare per 4 ore. durante il corteo partito da Mirafiori e conclusosi al Lingotto, si diffonde un volantino indirizzato a Marchionne in risposta alla sua missiva di qualche giorno prima. Si leggeva “Anche noi siamo consapevoli di attraversare una crisi senza precendenti e una fase molto delicata che influenzera’ il nostro futuro e’ per questo, che pur apprezzando gli investimenti previsti dal piano industriale, non comprendiamo come e perche’ solo i lavoratori debbano pagarne la realizzazione, con governo e politica che al massimo fanno i tifosi per i propri fini”. E mentre Emma Mercegaglia in un confronto con la Fiom aveva appena finito di esprimere la sua apertura di dialogo con il sindacato e i lavoratori contemporaneamente Marco Pignatelli, Giovanni Parrozzino e Antonio La Morte venivano licenziati per aver bloccato l’approvigionamento di materiale per la produzione durante lo sciopero. La scure delle “clausole integrative del contratto di lavoro” dell’accordo di Pomigliano già iniziava a mietere vittime. Le cose stanno così: o vi rassegnate e state ai nostri ritmi di produzione e vi accontentate di quello che vi diamo oppure scioperate e andrete incontro al licenziamento. Semplice ma efficace.
Ma lo statuto dei lavoratori funziona e oggi una bella notizia: i tre operai ritornano al lavoro. Il Palazzo di Giustizia di Potenza irremovibile sul carattere di antisindacalità della decisione dell’azienda che rivelava “la volontà di reprimere le lotte a Pomigliano d’Arco e Melfi”.

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