Station to station

Posted on 15/09/2010

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15 settembre. sveglia, qualche compleanno, colazione, auguri telematici, zaino in spalla. inizio.
Un vento caldo mi passa addosso, caldo, fatto di sahara e cappa misto smog della pianura padana. Non è affatto piacevole e lo zaino sulle mie spalle cova qualche goccia di sudore tra le scapole.
come al solito arrivo per il rotto della cuffia in stazione. quattro minuti prima della partenza, corsetta affaticata per le scale in giù sottopasso e le scale in su. Reggio Emilia: il regno delle fabbrichette, qualche alberello anemico per abbellimento e per dare quel senso offuscato di ecologia molto lontano in effetti da ogni ideale, e lunghe strade senza fine che si arrotolano l’una contro l’altra. Altro che ecologia, se vivi qui devi fare i conti con la patente e i mezzi pubblici pochi e poco servizievoli. Appena entro in università penso che è molto difficile sopravvivere al giorno d’oggi. A seguito della riforma dell’università con la scusa di pochi casi italiani che non potevano dirsi virtuosi, i fondi sono stati diminuiti, e quello che si pagava già con il sudore della fronte adesso è rincarato e fa ancora più male. Eppure viene da pensare a chi non paga l’istruzione e neppure i testi su cui studia. e viene da pensare quanto costa se in più si pensa che forse un giorno si sarà costretti ad andarsene perchè il lavoro sfugge in continuazione tramite contratti a tempo determinato.
Guardo il soffitto fatto di travi di legno. Poi guardo gli altri studenti seduti ai tavoli. Intanto ho da portare certi documenti a una certa prof.
Cosa odono le mie orecchie. Politici cacciati via da partiti e Leghisti appassionati alla figa. Stranieri che odiano altri stranieri. Il colore fa la differenza anche sulla stessa barca. Sesso e favori. Orge. Figli abbandonati. Violenza.
Dò un occhiata ai palazzoni a mattoncini della stazione. Ad ogni base c’è un negozio di alimentari cinese, o di prodotti del Bangladesh, un kebab o un internet point, un bar preso in nuova gestione con ancora l’insegna dell’Emilia da bere degli anni 70. E ancora fast food arabi, del Kurdistan o del Pakistan. Ai due lati della stazione, i due immensi parcheggi di biciclette scintillano al sole come lingue d’argento. E così come non si contano le bici, il business più in voga dell’ Emilia Romagna, così non si contano i volti stanchi, le braccia penzolanti di chi passa per quel paesaggio poco amico, poco coeso, quella comunità frammentata che non si appartiene. Così sei seduto al caffè della stazione, e improvvisamente ti assale la paura di rimanere lì per sempre. Anche la ragazza che ha sul petto un crocifisso gigante e che ti vende il biglietto dell’autobus sembra appartenere a quel luogo che è grigio anche in piena estate, piatta come in una fotografia sembra che rimarrà lì per sempre. Intanto tu ti senti stanco e destabilizzato. Il boato immenso improvviso che fa il treno-merci ti scrolla fastidiosamente e ti spettina i capelli sudati. Una nuvola di polvere rossa di ruggine soffocante si espande sotto al sole delle quattro del pomeriggio. Si torna a casa.

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