Prima di andare a letto

Posted on 16/06/2011

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Lavorando spesso davanti al pc mi capita di scovare certi file di cui mi ero scordata l’esistenza. Fissata per le immagini come sono, accumulo una marea di foto sul desktop sul quale stazionano per mesi, dopodiché mi decido finalmente a metterle in una cartella appositamente appellata “ancora altre foto”. No, non sto suggerendo a nessuno la guida pratica per investigare sul mio desktop, ma questo è il principio di un altro racconto che ha per protagonista il viaggio nei posti che ho dimenticato.

Prima che trovassi quella foto ci sono stati milioni di treni presi di notte, prima di nascosto, poi come routine; parole e incomprensioni e il rumore scrosciante delle pagine di libri rilegati. Prima di questo crisi adolescenziali, risate, cannabis, compiti in classe, caffè sport borghetti, pomeriggi sospesi nell’inconsapevolezza del futuro con amicizie appena incominciate.

Prima di scattare quella foto c’era stata tutta  una vita, e chissà quanti respiri e quanti battiti di ciglia.

Quella foto non era un arrivo e neanche forse un tuffo nel passato. Come oggetto del mondo è qualcosa di già passito, di imprendibile, un attimo carico di calore, nostalgia e incoscienza, piacevole dolore destinato a rinnovarsi di fronte a chissà quale spettatore postero che indicherà sua madre.

Quella di tre ragazze che hanno avuto un nido comune in una città prigioniera di sé stessa, degli sguardi oppressi e neri che la filtrano senza trovare per questo scandagliare un candido soggiorno. Un posto dove vivere non fa differenza: divertirsi o impegnarsi. Per cosa. L’arretratezza è prigioniera di un mondo moderno e ci regna sovrana. L’impalcatura di qualcosa che non avverrà, uno scheletro rivestito di rassegnazione impera e grava sulle teste di chi, indifferente, scatta fotografie agli angoli di strada, sorridendo con alle spalle il proprio palcoscenico quotidiano strappato con le unghie, difeso con le illusioni. Senza chiudere gli occhi, come feci poi io, e immaginare campi verdi e sempiterni dove contemplare se stessi.

In quella foto ci sono i nostri occhi, in itinere e prima di, ci sono sorrisi grigi e capelli sulla faccia. Ci piaceva dire ” arriveremo”, ci piaceva anche far finta di non sapere che non saremmo arrivate come immaginavamo, tanto prima non importava perché si viveva. Guardare indietro non è vivere, è ascoltare una canzone malinconica tutto il pomeriggio aspettando che scenda la sera. Ma guardare il futuro è meno graffiante di vivisezionare il passato, e a volte anche più noioso. Io c’ero, ho vissuto, non ho commesso nessun atto mancato, sono viva e ricordo. Mi piace tutto questo, ha il sapore del pomeriggio e di case con le porte rotte e cigolanti che vivevo da bambina. Tutto questo la macchina non trattiene. Se faccio una ricerca immagini riesco a ricavare soltanto volanti della polizia, foto di pistole e di morti stesi a terra con i veli bianchi addosso.

Candelaro.

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Posted in: Mondo