Ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo

Posted on 29/06/2011

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Odiava alzarsi presto per dirigersi verso quell’edificio dalle pareti color verdone. Lo aveva davanti agli occhi appena sveglio mentre si rigirava nel letto. Con tutte quelle facce poco pelose, pulite e mattutine ignare di tutto e di tutti. Perché lui aveva un mondo che trattava con cautela, persino quando portava la roba nello zaino. Per scherzo la metteva nel diario della sua compagna di banco, che rideva e faceva finta di scandalizzarsi. Odiava passare per quella stazione vuota e provinciale avvolta nella nebbia della campagna. Gli piaceva più giocarci di pomeriggio quando il sole batteva alle porte e sui vetri delle lattine.

Lo avrebbe capito da grande che quella libertà era impareggiabile. Ora tutte le sere si addormenta leggendo la bibbia, redimendo la sua mente in un mare di preghiere.

Quando la madre stette male dovette caricare il piccolo sull’ape sgangherata che il padre usava per portare via gli oggetti che trovava in giro. Era in ospedale e Gianni che lo aveva visto troppe volte, non ne voleva sapere di andarci.

” Ti compro il tronchy, Gianni, andiamo!” fece il maggiore, Nino, per convincere il piccolo. Dopo che il comune affidò la casa a questa famiglia di quattro bambini e due adulti, i piccoli non volevano mai lasciare le mura domestiche per infilarsi in un qualsiasi altro edificio. Gli istituti italiani per bambini erano bastati a sufficienza. “Sta male cos’ha?” il medico aveva liquidato subito le richieste di suo padre, un uomo basso, pingue e senza incisivi che si esprimeva in un italiano poco italiano. Dolore. Chiuse gli occhi. Posò nuovamente gli occhi sul piccolo che restava a guardarlo imbronciato. Ora non gridava più sotto la promessa dello snack al cioccolato, che non gli avrebbe comprato, ma che era sempre una gran bella promessa.

Si accorse anni dopo che non avrebbe più potuto fare promesse a suo fratello minore che chissà dov’era, e mai lo andava a trovare in carcere. Forse era il tentato furto e la tentata violenza sessuale che gli facevano provare vergogna per il fratello maggiore. O forse perché non avrebbe accettato una promessa di troppo. 

Sola. Sola tutto il giorno da piccola casalinga. Appena le crebbero i seni non riusciva più a concentrarsi sui compiti: lo specchio era ciò che le interessava. La casa marciva di polvere, e per le scale saliva uno rivoltante olezzo di verdure ripassate nell’olio. Mentre stava seduta sul pavimento del balcone con le mani attaccate sulla ringhiera bianca osservava le macchine che passavano sotto il suo balcone e si faceva osservare. Fino a che qualcuno capì, e iniziò a passare sotto il balcone a tutta velocità e con la musica alta per farle capire. I ragazzi erano come i leoni in fase di accoppiamento, quando devono sfoggiare la chioma più grossa alle leonesse. Poi passano al combattimento, e poi, imprigionata la leonessa sotto le possenti zampe, si accoppiano.

La televisione accompagnava le sue riflessioni sull’amore. Che a volte scriveva sul diario della smemoranda. Scriveva “Leo sei bellissimo” o “non dire mai che i sogni sono inutili perché è inutile la vita di chi non sa sognare, J.M.”. Non capiva, capiva fino in fondo, ma sapeva che erano delle frasi da ricordare. Si accese una sigaretta e guardò quello che aveva scritto. Per noia si trastullava con il cibo, mangiava ogni due ore. Aveva delle belle amicizie. Nel senso che riusciva a instaurare un bel rapporto di fiducia e confessione con gli altri.

Quando suo zio le mise le mani addosso, provò enorme vergogna e solitudine. Ma in un paese così piccolo bisognava esser forti, e tacere. Sopratutto, la famiglia è tutto. 

Chissà se ricordi, ancora.

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Posted in: figli