La fine del viaggio

Posted on 30/09/2011

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Ero un estranea. Un estranea che camminava in una terra sconosciuta, asimmetrica, dai colori vivaci. Ciò accade sopratutto nella terra natia, quando lo straniero torna a casa sua e si sente alienato dalla sua propria identità. Mentre si cammina ci si domanda cosa è successo durante la propria assenza. Pensavo che non era più il mio posto, e cercavo di ricordare qualcosa di simile nella mia testa, trovando solo qualche ricordo piacevole degli anni della scuola. Ma quello che vedevo mi risultava estraneo all’occhio e ai ricordi, ma di sicuro sapeva di già vissuto, già odorato, già ascoltato. Era dunque possibile che i miei occhi non fossero più allenati a vedere quel deserto dentro una città? Erano le sei e mezzo di un pomeriggio estivo di una giornata passata al mare, in una spiaggia selvaggia. Pomeriggi così ne ho visti tanti; di quelli che il cielo è talmente azzurro che sembra precipitare sui colori caldi dei palazzi e delle chiese. La cornice naturale di volti scuri aldilà delle bancarelle deserte, fitte di orologi. Ora una chiesa, ora una banca, attraversando i marciapiedi sporchi e roventi, percorrendo il tratto lunghissimo che separa la stazione dei treni da quella degli autobus, mi accorgevo piano piano di essere immersa nell’impero dei Mori. Non era Foggia. Né nessun altro posto in particolare. Era Italia e Oriente insieme, era opulenta e misera insieme.
Su una delle due sponde imperava la chiesa di Don Orione. La sua immagine a grandezza naturale mi metteva a disagio. Un prete brizzolato dai tratti meridionali, illuminato su uno sfondo verdone scuro. Lo stesso verdone cupo che accompagnava la mia crescita, cattolica per tradizione come ho scritto, ma molto indulgente. Un mix di credenze e riti arcaici più mischiati con la magia che con la teologia, emergeva a casa di nonna Lina sui dipinti delle immagini sacre appese ai muri crepati; immagini che mi lasciavano a contemplarle per lunghi istanti meditativi quelle strane gesta, che avevano tutte ma proprio tutte quello strano verdone alle spalle. Era lo stesso stupore che mi lasciava sbalordita ad avere il sapore dei ricordi delle campagne e dei nonni, la voce alta delle zie occupate a pulire i carciofi sull’uscio di casa a ridosso dei marciapiedi, come tutto il vicinato. Esattamente come il colore nero del lutto onnicomprensivo delle signore alle processioni, sopra le quali i santi e le madonne di gesso dal volto sofferente e immobile erano fissati in una specie di gesto di misericordia eterno. In quelle occasioni gli uomini sembravano quasi diventare essi stessi statue di gesso imitando le divine gesta in ogni movimento indifferente tra il rimbombare delle trombe della banda di paese.

Contrasti e colori si schiantavano nella mia mente e ora ancora li sento, al termine di settembre in una patria diversa, schiantarsi contro la mia anima. Li sento tutti carichi nelle cose in cui sono stati fissati: il marrone scuro della croce di Cristo, il bianco forte della casa di mia nonna, l’azzurro forte di cielo e di mare insieme, il verdone.
Ora invece c’erano mille bancarelle desolate davanti ai miei occhi e un ragazzo, con il volto chino verso un corano appoggiato a terra sul marciapiede, e a ridosso della misericordia del gigante di Don Orione, la Canalis su un poster gigante, indossava un paio di occhiali firmati.

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Posted in: Mondo, Puglia